"Questa situazione inedita, storica, che meriterebbe e meriterà studi sociologici e psicologici, ci ha fatto scoprire più fragili. Ma anche più solidali, almeno con chi ci aiuta nel far del nostro meglio rispetto a coloro che amiamo di più: i nostri figli. E quel “patto di corresponsabilità” fra scuola e famiglia ha smesso di essere un bel concetto, magari un po’ astruso e a volte astratto. È una realtà."

COME È CAMBIATA LA SCUOLA IN UN ANNO DI PANDEMIA: LA NUOVA ALLEANZA DELLA COMUNITÀ EDUCANTE

Share on facebook
Share on twitter
Share on email
Share on whatsapp
Share on print

Trovare dei lati positivi in questa pandemia che da un anno ci stravolge la vita, le relazioni familiari e sociali, la quotidianità, la gestione familiare e il lavoro è impresa non facile. Eppure, qualcosa è cambiato in meglio.

Uno degli ambiti che ha maggiormente sofferto la pandemia e i suoi effetti è la scuola, prima con la chiusura totale e improvvisa, dal marzo 2020 (in Lombardia: dal 24 febbraio), con la tanto discussa didattica a distanza e la digitalizzazione e informatizzazione, rapida e coatta, di docenti che, in alcuni casi, avevano continuato a preferire strumenti più tradizionali e rodati. Le famiglie, dal canto loro, a improvvisare dall’oggi al domani uno smart working e un accudimento inedito. Come se i figli fossero di nuovo infanti, bisognosi di una custodia costante, senza più alcun impegno “fuori”: niente scuola né sport, uscite con gli amici o a casa di amici, feste di compleanno e tutti quegli impegni che questa generazione di bambini e ragazzini ha tanto precocemente, e che impegnano (e distraggono, agevolandoli) anche i genitori.

DAD, esperienza nuova e complessa

Anche aver fatto da maestri ai propri figli, durante la DAD, dopo aver predicato per anni che è la scuola che deve insegnare, con la sua competenza e i suoi metodi, mentre i genitori non devono interferire con la didattica, è stata un’esperienza imprevista e a volte molto complessa. E la situazione più imprevista è stata la richiesta degli stessi docenti ai genitori, per chi potesse, di integrare la loro didattica, depotenziata dalla distanza e dai mezzi digitali.

In corso d’opera è successo un po’ di tutto. Dalle connessioni inadatte, agli strumenti tecnologici che non c’erano (e la scuola ha dato in comodato d’uso tablet a tutti gli studenti che ne avessero bisogno), agli orari delle videolezioni che non si conciliavano facilmente con il lavoro dei genitori.

Ritorno “misurato”

Poi la preparazione per la ripresa in presenza, con moltissime nuove problematiche, dettagliate da protocolli anti Covid corposi e complessi, con alcuni parametri rivisti e corretti dal Ministero a poche ore dalla ripresa delle lezioni. In quella fase, nell’estate 2020, a livello locale il lavoro della scuola è stato incessante e costante la comunicazione con i genitori, con l’Ente comunale, le associazioni correlate all’ambito educativo, gli psicologi del servizio scolastico, le pediatre.

Anche in questa fase, è accaduto un po’ di tutto: aule misurate metro per metro, banchi distanziati (per fortuna non sono serviti quelli “a rotelle”), calcolo delle distanze fra rime buccali (da bocca a bocca, per parlar chiaro) indicate dal Ministero e poi riviste e corrette al ribasso, per scongiurare l’impossibilità di far lezione per una buona percentuale delle scuole italiane.

L’indicazione e la speranza di evitare il rischio di contagio facendo lezione all’aperto: i gazebo installati nei cortili e giardini delle scuole, le tettoie all’Infanzia per agevolare un mix di attività dentro la classe e appena un passo fuori, il rilancio del lavoro all’aria aperta, con un accenno alle pratiche filosofiche dell’antica Grecia a risollevare gli animi dei maestri che non sapevano davvero come avrebbero fatto a far lezione con la “outdoor education”, poco praticabile negli imminenti mesi autunnali e invernali.

Ripresa in maschera

E poi la partenza, a settembre: la misurazione della temperatura prima di andare a scuola, la salute perfetta altrimenti si resta a casa (anche per un mal di gola o un mal di testa: nessuno deve rischiare di far ammalare gli altri di nulla, anche non connesso al Covid, perché anche la pressione sulle pediatre è un problema concreto, per tutti), la mascherina sul viso dei bambini (esenti solo gli alunni dell’Infanzia), prima solo per spostarsi nella scuola ma non stando seduti al banco, poi (da ottobre) sempre, per otto ore filate tranne la mezz’ora del pasto in mensa. Il non potersi scambiare materiale scolastico, con le maestre che non toccano i quaderni ma li correggono verbalmente e fanno scrivere il giudizio all’alunno stesso. Niente biblioteca di classe, accantonati anche i giochi da tavolo (sempre per non scambiarsi materiale: dadi e carte non si prestano).

E ancora: l’assenza di tutti quei progetti che arricchivano l’offerta formativa: con il divieto di entrare a scuola (per evitare rischi di contagio, non entra a scuola nessuno che non sia lì per lavoro o studio), sono rimasti fuori gli esperti per le attività connesse all’arte, la danza, la musica, lo sport. E sono sparite le gite scolastiche, le uscite culturali e a teatro.

Tirar fuori il meglio

Ricordando settembre, bisogna dire che le premesse erano realmente preoccupanti. Molti temevano una nuova chiusura generale, a poche settimane dalla ripresa delle lezioni in presenza. E invece no. I protocolli anti Covid funzionavano. Le insegnanti abituavano i bambini a tenere la mascherina tutto il tempo come facevano anche loro (l’esempio è sempre il miglior metodo d’istruzione), e i bambini hanno accettato con straordinaria naturalezza le restrizioni e i cambiamenti. Il sistema ha retto. La scuola (e vale a livello nazionale ma lo affermo principalmente pensando al nostro Istituto Comprensivo) si è dimostrata un posto sicuro, dove con la pandemia si convive, riuscendo a mantenere le norme di sicurezza ma stando vicini (“distanti ma uniti”, come si è detto spesso). I bambini hanno ricominciato a vivere la ricreazione, che è diventata il loro momento di maggior socialità (anche se la si vive senza avvicinarsi troppo): si gioca a palla (prigioniera le bambine, a calcio i maschi, e questa sì che non è un’anomalia). Non è come prima, questo è certo. Ai bambini mancano gli abbracci fra amici, le feste di compleanno, giocare a casa del compagno di classe, la pizza tutti insieme il sabato sera. Ma la scuola, c’è. E si tira fuori il meglio da questa situazione, che per i bambini ha avuto un cardine di normalità proprio nella scuola, che per i minori di 12 anni non ha mai chiuso, fino al 5 marzo, e speriamo che sia per poco. Questo “tirar fuori” il meglio è lo sforzo quotidiano degli insegnanti, che aggiungono leggerezza alle loro lezioni, perché sanno che gli alunni hanno bisogno anche di quella, quanto della didattica. Ed è lo sforzo dei genitori, che cercano di ridurre gli effetti delle limitazioni di libertà e socialità in quell’età che dovrebbe essere la più libera e spensierata. “Tirar fuori” come l’e ducere latino, radice etimologica di “educare”: tirar fuori il meglio, del potenziale di ognuno, in senso letterale.

Dalla stessa parte, naturalmente

Così, con naturalezza, ci siamo resi conto di essere realmente ed esattamente dalla stessa parte, noi genitori e i docenti, la Dirigenza scolastica, la scuola tutta: dalla parte dei bambini e ragazzi, e uniti perché tutti, lavoratori nella scuola ed allievi, fossero al sicuro. I protocolli ma anche il buonsenso portano le famiglie a comunicare con il docente di riferimento (che ormai contattano direttamente, grazie al contatto digitale instaurato e rodato in dad) anche i sintomi sospetti, la visita dal pediatra, il tampone di un membro della famiglia. L’attesa per il risultato. È nata una confidenza nuova, una solidarietà reale. In certi casi, non è sbagliato chiamarla fiducia reciproca. Per la situazione dei bambini bloccati in casa dalla positività di un familiare convivente (quarantena fiduciaria) si è trovata, insieme e a tempo di record, la soluzione, suggerita da due mamme in quella situazione e proposta dal Comitato Genitori al Preside: l’attivazione della didattica integrata, una forma di DAD dalla classe in presenza. E la soddisfazione per questa opportunità, in alcuni casi con una sfumatura di gratitudine di alcune famiglie, è stato qualcosa che ha fatto bene anche a chi ne ha solo sentito parlare.

Una nuova complicità

Questa situazione inedita, storica, che meriterebbe e meriterà studi sociologici e psicologici, ci ha fatto scoprire più fragili. Ma anche più solidali, almeno con chi ci aiuta nel far del nostro meglio rispetto a coloro che amiamo di più: i nostri figli. E quel “patto di corresponsabilità” fra scuola e famiglia ha smesso di essere un bel concetto, magari un po’ astruso e a volte astratto. È una realtà. Non mancano, le eccezioni, certo. Chi ancora vuol vedere la scuola come un “erogatore di servizi” dovuti e se stesso (in primis) e il proprio figlio come un utente esigente, intestatario di molti diritti e di pochi doveri. Sono anni, questi, in cui molti di noi genitori riversano la propria ansia da prestazione su ogni interlocutore (per mio figlio: solo il meglio), destinato pertanto ad essere inadeguato, giudicato da occhi troppo esigenti per essere obiettivi. Ma la maggioranza delle famiglie non la vede così. Alla riunione interclasse dell’autunno, tutti i rappresentanti di classe concordi nel dire “grazie” ai docenti, e i docenti a chiedere se riscontrassimo necessità e difficoltà nei bambini e ragazzi. E a notare che il rapporto tra noi era cambiato, sensibilmente, in meglio. Mai vista una riunione tanto serena ed armoniosa, nel plesso di Primaria più grande della nostra cittadina.

 

Alcuni di noi hanno sperato che la “nuova normalità” della vita durante questa pandemia ci insegnasse anche coesione sociale, disciplina, senso civico. In alcuni momenti, soprattutto nel primo lockdown, forse è stato davvero così. Poi ci sono stati gli assembramenti estivi, l’interpretazione, a volte molto personale, delle norme anti Covid, e la nostra speranza ha vacillato. Ma questa alleanza, questa visione condivisa fra famiglie e scuola è un buon effetto di questo momento storico. C’è il sentore che non ci sia più contrapposizione, un “noi” e un “loro”, ma che ci si riconosca come due elementi cooperanti con la stessa missione educativa. Una nuova realtà di comunità educante, coesa e collaborativa.

Rosa Beninati

Rosa Beninati

Presidente del Comitato Genitori di Vimodrone

Ultimi Articoli

FRONTEGGIAMO L’EMERGENZA CLIMATICA E AMBIENTALE

MOZIONE CONTRO L’EMERGENZA CLIMATICA E AMBIENTALE APPROVATA DAL CONSIGLIO COMUNALE PROTOCOLLO D’INTESA FORESTAMI PROGETTO FORESTAMI VIMODRONE DOCUMENTO DI INDIRIZZO POLITICO PGT

NEWSLETTER

Iscriviti alla newsletter per rimanere sempre aggiornato sulle nostre attività